Amore, sai? tutt’oggi, la
mia porta
nella tua attesa s’apriva
da sola.
Eran pieni di cibi piatti
e tavola.
Specchiavan tutto i cristalli
dell’acqua.
Il prezzemolo è
fresco. (L’orologio
fa le cinque. Verrai?)
Tutta la casa
oggi non sembra più
la stessa casa.
L’origano s’infila per
la porta.
Lancia sfide alla frutta
l’orologio.
(Lo so: le sei, e parlo
qui da sola!)
Nel lavandino scorre un
sogno d’acqua
e piove a raggi disio sulla
tavola.
Amor... (Le sette: non vieni.
La tavola
sotto nasconde l’ansie.
Fuori casa
la tristezza!) Le gaie
dita d’acqua
sfiorano le piastrelle.
Toppa e porta
quando verrai s’infioreranno.
Sola-
mente voglio che taccia
l’orologio.
Le sette e mezza. Sono l’orologio:
con i minuti apparecchio
la tavola.
Batto le otto e, dal capo
alla sola
della scarpa, io sento
che la casa
non so se ancora è
mia. Per la porta
fugge, triste, il disfatto
cuor dell’acqua.
Batto le nove e le dieci,
e son l’acqua
che brina le lancette all’orologio.
Su e giù già
non sono chi mi porta.
Per ricoprir le ansie non
ho tavola.
Rompo lo specchio e mi
ridice sola.
Sale il disio e crivella
la casa.
Dai buchi, vedi? fuggo via
di casa,
nocchiera d’un falò
che invoca l’acqua.
(Verrai quando morrà
l’ora più sola?)
La frutta ha perso contro
l’orologio
e l’autunno fa il pieno
sulla tavola.
Nulla può uscire
da nessuna porta.
Bussa alla porta la notte
e vien da sola:
tolgo la tavola e annego
nell’acqua
disio, orologio, piatti,
cuore, casa.