Ausiàs March
LA IL·LUSTRACIÓ POÈTICA METROPOLITANA & CONTINENTAL
Plurilingual Anthology of Catalan Poetry
Italiano

 
Ausiàs March
(València, 1400 - 1459)


COME IL TORO...
VELE E VENTI ESAUDIRANNO I MIEI DESIDERI...
ABBANDONO AL DESTINO CIÒ CHE SARÀ DI ME...
O VOI INFELICI, CHE SOTTO TERRA GIACETE...
CERVO FERITO NON DESIDERA LA FONTE...
A CHE VALE IL PIACERE SE NON LO PERCEPIAMO?...
IL GRANDE DOLORE, CHE LINGUA NON PUÒ DIRE...
IL BISCAGLINO CHE SI TROVA IN GERMANIA...

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COME IL TORO...

 
Come il toro che fugge nel deserto
quando è vinto e incalzato dal suo simile,
e non torna se non ha ripreso forza
per sconfiggere chi lo ha travolto:
cosí io devo andare via da voi,
perché il vostro gesto ha confuso il mio sforzo:
non tornerò finché non sia dissolta
la grande paura che mi rende infelice.



Translated by Costanzo Di Girolamo
Ausiàs MARCH, Pagine del Canzoniere, Milano-Trento, Luni, 1998

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VELE E VENTI ESAUDIRANNO I MIEI DESIDERI...
 
Vele e venti esaudiranno i miei desideri
per le strade temibili del mare.
Maestrale e Ponente vedo armarsi contro,
ma Scirocco e Levante arrivano in aiuto
con gli amici Grecale e Mezzogiorno,
implorando umilmente Tramontana
perqué nel suo sbuffare li assecondi:
che tutti e cinque consentano il ritorno.

Bollirà il mare come un tegame al forno
cambiando colore e stato naturale,
e darà segno di odiare ogni cosa
che solo per un attimo lo sfiori.
Pesci piccoli e grandi correranno a salvarsi
e cercheranno nascondigli segreti:
fuggendo il mare, dove nascono e vivono,
come estremo rimedio guizzeranno a terra.

Faranno voti tutti i pellegrini,
prometteranno molte offerte di cera;
il terrore farà rivelare segreti
che mai si sveleranno al confessore.
Io nel pericolo non vi dimenticherò,
farò anzi voto al Dio che ci ha legati
di non venire meno al mio fermo volere
e di avervi per sempre a me presente.

Temo la morte per non esservi assente,
perché amore è annullato dalla morte;
ma io non credo che il mio desiderio
possa finire per questo distacco.
Io ho paura che il vostro scarso amore
dopo la mia morte mi dimenticarà:
solo al pensarlo non ho piacere al mondo,
ma finché vivremo non credo che avverrà:

solo al pensare che non potrete amarmi
e che tutto si muterà in tristezza:
per me, costretto a uscire dal mondo,
la sofferenza sarà nel non vedervi.
Oh Dio! Perché non c’è un confine nell’amore?
Se ci fosse, io sarei lí tutto solo.
Saprei allora quanto mi volete,
temendo e confidando nel futuro.

Sono io quell’estremo amante, secondo
solo a colui a cui Dio toglie la vita:
ma sono vivo, e non posso mostrare
tanto dolore come se morissi.
Al bene o al male di Amore sono pronto,
ma purtroppo la sorte non me ne dà occasione:
mi troverà ben sveglio, con la porta
aperta, e le risponderò umilmente.

Voglio ciò che potrà costarmi caro,
questa speranza mi è conforto dei mali;
io non chiedo che alla mia vita manchi
un evento fatale: Dio me lo mandi presto.
Allora, non si dovrà piú prestare fede
a ciò che Amore fa in altri e non in me.
Il suo potere si mostrerà in atto,
le mie parole le proverò con i fatti.

Amore, io vi sento piú di quanto vi conosca,
sicché il peggio di voi mi rimarrà;
piú vi conosce chi sta senza di voi:
al gioco dei dadi vi paragonerò.
 


Translated by Costanzo Di Girolamo
Ausiàs MARCH, Pagine del Canzoniere, Milano-Trento, Luni, 1998

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ABBANDONO AL DESTINO CIÒ CHE SARÀ DI ME...

 
Abbandono al destino ciò che sarà di me,
poiché sono privato di ogni libera scelta;
la mia ragione è morta, non la risparmi Dio,
perché fin dal principio mi lasciò.
È vano ora frenare i desideri,
malata è in me la buona volontà,
vado dove non voglio essere trascinato:
sono scontento di tutto ciò che faccio.

Come non è capace il paralitico,
quando si tiene in piedi, di dirigersi
verso il luogo dove vorrebbe andare,
ma cade o brancola in altra direzione;
così io faccio ciò che non mi piace
ed è vinto il volere razionale:
se lo assecondo, il mio piacere è perso,
perché compio ogni atto senza voglia.

Come la nave resta affidata dei venti
quando c’è una lite tra i marinai:
la nave intanto va per la sua rotta,
obbedendo ai comandi dati prima;
così faccio io, perché la mia ragione
litiga con il corpo e le sue voglie;
non oso con fermezza arbitrare la lite:
solcando il tempo, inseguo i miei appetiti.

È passato il tempo che ero contento di Amore,
anche se sempre ne ho sentito le pene,
provando insieme l’amaro e la dolcezza:
vedendomi suo servo, mi credevo un re;
mi accontentai dei suoi mali senza i suoi beni,
benché nessun male esista senza un bene,
ma per lui faccio assai più che morire.
Vive male chi non ha freni nel far male.

Amore, che mi imponi il tuo potere
al punto che non ti posso resistere,
vai via da me, perché non ho piacere
ad obbedire agli ordini che dai.
Abbi almeno con me un po’ di orgoglio:
lascia il vassallo che non ti vuole per signore.
Quale impulso è più forte del dolore,
e mi fa rinunciare a bene agire?

Il mio caso finirà assai male,
e già il presente è pieno di tristezza:
questa viene dal danno che mi aspetta,
che fin da adesso vedo con chiarezza.
Lo sosterrò, se con grande ardimento
colei che amo per me affronta il male
senza pentirsi: non ha gioia chi si pente;
non priva di piacere mi sarà allora la morte.

Giglio tra i cardi, il mio piacere è grande
se non penso a quanto voi potreste fare;
ogni atto si verifica là dove è già in potenza
se è l’istinto che guida il desiderio.



Translated by Costanzo Di Girolamo
Ausiàs MARCH, Pagine del Canzoniere, Milano-Trento, Luni, 1998

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O VOI INFELICI, CHE SOTTO TERRA GIACETE...

 
O voi infelici, che sotto terra giacete
col corpo insanguinato dal colpo di Amore,
e voi che avete amato con il cuore ardente,
io vi prego di non dimenticarmi.
Venite in pianto, i capelli discinti,
i petti aperti per mostrare il cuore,
come vi fu ferito dalla saetta d’oro
con cui Amore trafigge gli amanti.

I colpi di Amore sono di tre tipi,
como si può vedere dalle frecce che scaglia,
in modo che i colpiti accusino un dolore
secondo come saranno feriti.
Di oro e di piombo sono queste frecce
e di un metallo che si chiama argento:
ciascuna è causa di una sensazione
differente a seconda del tipo di metallo.

In qual tempo che precedette il nostro
Amore scoccò tutte le sue frecce d’oro:
per distrazione, una gliene rimase
con cui colpirmi, sicché perdo la vita.
Con tali frecce uccise molti in passato,
ora ne ha finite per fare guerra mortale.
Con la frecce d’argento lascia solo un segno,
ma ai feriti è scampata la morte.

Oggi gioca soltanto con le frecce di piombo,
ma non ha piú potere di spargere del sangue.
E vedendosi ormai a tal punto impotente,
ha rotto l’arco: io ne informo il mondo.
Di tutto cuore invoca la sua pace,
sicché si può andare a capo socperto:
per scampare a lui non serve piú arroccarsi,
il suo potere giace sotto terra.

Ma, siate certi, io resto consegnato alla morte,
perché la sua pace per me è la guerra.
Se fosse in guerra lei per cui lui mi colpí
io sarei in pace, vinto e schiavo suo.
Il mondo ha pace, io soltanto ho guerra,
perché Amore ha finito di combattere:
sono ferito e non posso guarire,
lei che amo non si pente della ferita inferta.

O folle Amore, chi cerca il tuo piacere
ripone male la sua soddisfazione:
perciò non trova quiete nella mente,
perché la mente apprezza solo il vero.
 


Translated by Costanzo Di Girolamo
Ausiàs MARCH, Pagine del Canzoniere, Milano-Trento, Luni, 1998

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CERVO FERITO NON DESIDERA LA FONTE...

 
Cervo ferito non desidera la fonte
tanto quanto io desidero essere a voi presente;
verso la grande quiete del mio appagamento
soltanto questo ponte può condurmi.
Tarda a venire l’agognato giorno,
pagato caro con sospiri di dolore;
ma presto o tardi arriverà per certo,
se morte non mi ferma nel cammino.

La speranza non può abbandonarmi,
perché io vi desidero come mio sommo bene.
È voi che voglio: e niente vi trattiene
se a me donate il vostro desiderio.
Se solo per un attimo smettessi di pensare
di possedere il vostro desiderio,
senza quello, completo, non posso avere gioia:
se non è tutto intero, presto potrà morire.

Vedo davanti a me un monte di dolore,
perché ne ho bisogno per rendermi contento;
ma il desiderio in me potrà mancare
se il vostro oscilla e non si vede crescere;
e, calando, anche il mio calerà,
e, cadendo dall’alto, si fracasserà,
perché ogni estremo porta all’altro estremo:
a chi è in basso l’offesa non è grave.

Mille volte in un giorno prego Dio
di una cosa che sta in gran parte a voi:
che volgiate lo sguardo al mio desiderio;
prego Amore che vi scagli addosso il suo potere.
Se ci riesco, allora toccherete l’estremo,
se in voi troverà un luogo in cui attecchire:
in noi la sua passione è in luogo appropriato,
potremmo contrastarla, ma non vogliamo.

Temo come la morte vostre notizie,
per paura che non mi mostriate amore;
per non sapere, vivo in un altro dolore:
non so dove girarmi senza che non bruci.
Non tocca a voi esaudire la mia gioia,
per quanto voi la vogliate esaudire:
Amore vi imporrà il suo consiglio,
in voi e in lui sta il mio bene esaudito.

Non abbiate paura e non indispettitevi
se i miei pensieri sembrano oscillare,
perché saranno fermi nel servirvi:
da tali servi Amore vuole essere servito.
Se appena vi è molesto il mio agire,
siete senz’amore o non sapete che vuole;
chi si duole di questo male è instabile,
scambiate il movimento per sicurezza.

Se non confido in voi quanto vorreste,
il mio zelo dipende dal grande desiderio.
Io non temo per niente che il vostro corpo
possa farmi qualcosa o mostrarmisi altero:
la volontà io voglio che passi tutta in me.
Sono geloso se amate molto Dio;
cresce il mio male se senza me gioite;
quando voi soffrivate, del vostro male soffrivo.

Ultimo bene mio, di voi vedo la fine
quando sono contento del presente;
ma se un caso presente mi rattrista
in me non c’è niente per l’avvenire.
 


Translated by Costanzo Di Girolamo
Ausiàs MARCH, Pagine del Canzoniere, Milano-Trento, Luni, 1998

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A CHE VALE IL PIACERE SE NON LO PERCEPIAMO?...

 
A che vale il piacere se non lo percepiamo?
Diventa anzi un fastidio quando è un’abitudine.
Rinuncereste immediatamente
a quanto potrebbe portarvi alla morte;
e come non avremmo immaginato
che perdere qualcosa ci pesasse ben poco,
ci può essere caso che l’amarezza è tanta
che di buon grado lasceremmo la vita.

Su questo punto io sono tanto all’estremo:
ciò che io volli con estremo ardore
si trasforma in me in un lento calore,
poi, perduto, un dolore mortale mi opprime.
Un mutamento simile nessuno vedrà in sé
come lo vedo in me per il nostro separarci.
Lo fa Morte, che mi toglie il mio bene presente;
del futuro sa Dio quel che sarà.

Molti hanno perso tutto ciò che va e viene:
figli e moglie, e parte dei loro beni,
e non gli resta in cuore nessuno smarrimento,
perché mai la virtú gli abitò il cuore.
L’atto che mi riguarda è emesso e ha il sigillo:
sta scritto che mai piú jo proverò piacere;
né piango il danno che è causa del dolore,
ma l’aspra morte da cui venne il male.

Nel mio dolore è racchiuso un piccolo piacere:
provo dolore quando il cuore resiste al male;
pensando a chi e da dove il dolore mi viene
non voglio avere difese dal dolore.
Tu che sei fuori dal mondo presente
e mi vedi soffrire per la tua morte,
chiedi il consenso a Dio di rivelarmi
quali spiriti a te sono vicini.

La Morte, che toglie il piacevole dono
che la vita e la sorte danno agli uomini,
mi ha tolto quanto avevo, senza uccidermi:
dei miei tre tempi mi resta solo quello che fu.
Del presente do a chiunque la mia parte,
perché non c’è piú niente che mi piaccia;
del futuro non ho piú nessuna speranza,
perché la tristezza è per me un dolce sguardo.

Non mi dorrò fin quando sarò sazio di dolore,
anzi ho assunto il dolore per mia condotta;
il mio cuore di carne è piú forte dell’acciaio,
perché lui è vivo e tra noi c’è il distacco.
Quando vidi lo spirito abbandonarle il corpo
e le detti l’ultimo freddo bacio,
capii che Amore con me non è equanime;
in tutta convinzione lo sostenni.

In un primo momento, l’uomo non soffre tanto
come piú tardi, quando lo fa riflettendo;
turbato dall’evento, non sa darsene conto:
serve tempo per provare fino in fondo il dolore,
e soprattutto quando si presenta ragione,
perché, se non lo fa, presto ci si conforta.
È ben folle chi a sé fa un torto cosí grande,
se sempre non reprime il suo dolore folle.

Nessuno mi giudichi se prima non sa
se ho ragione a dolermi di questa morte,
perché fu in lei che si compí la mia gioia:
finita lei, per me il mondo finisce.
Chi è cosí crudele che di sé non si dolga
e di chi ama quasi piú di se stesso?
Se dunque un dolore onesto fu mai in qualcuno,
piú che a chiunque altro fu concesso a me.

Morte, che rendi misero l’uomo fortunato,
e chi è felice per causa tua soffre,
di te ha paura ogni cosa sotto il sole:
senza di te il dolore non avrebbe strada.
Tu sei il nemico mortale di Amore,
forzando i cuori uniti a separarsi;
con il tuo colpo certo hai ucciso i miei piaceri,
non si può gustare appieno il tuo amaro male.

Spirito, se ti giova il mio suffragio,
darò il mio sangue per le tue gioie infinite:
di notte o di giorno, vieni da me,
fammi sapere se serve che si preghi per te.
 


Translated by Costanzo Di Girolamo
Ausiàs MARCH, Pagine del Canzoniere, Milano-Trento, Luni, 1998

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IL GRANDE DOLORE, CHE LINGUA NON PUÒ DIRE...

 
Il grande dolore, che lingua non può dire,
di chi si vede morto e non sa dove andrà
(non sa se il suo Dio lo vorrà per sé
o vorrà seppellirlo nell’inferno):
tale dolore io sento nello spirito,
non sapendo che cosa Dio ha disposto per voi.
Il vostro bene o il male a me è dato,
ciò che riceverete anche io lo proverò.

Tu, spirito, che sei andato via
insieme con quel corpo che io ho tanto amato,
volgi il tuo sguardo a me, che sono tormentato.
Io ho paura di parlare con te:
a seconda del luogo, cambierà
il senso delle cose che ti voglio dire;
tu mi darai la gioia o la tristezza,
in te è tutto quanto Dio vorrà darmi.

Vano è pregare Dio a mani giunte,
ciò che doveva toccarle è già compiuto:
se è in cielo, questo bene non può essere espresso,
se è all’inferno, è a vuoto il mio pregare.
Se così è, annientami lo spirito,
il mio essere sia trasformato in nulla,
e tanto più se è lì per colpa mia:
io non sia afflitto da tanto dolore.

Non c’è niente che dico che mi stanchi di dire:
che gridi o taccia, io resto insoddisfatto;
se svario o medito, dissipo il mio tempo;
qualsiasi cosa faccia, me ne pento prima.
Non piango il danno del mio bene perduto,
tale è il timore del suo grande male!
Qualsiasi male è poco rispetto a quello eterno,
e ho paura che possa averlo meritato.

Il danno della morte è assai più chae temuto,
è più lieve solo perché è comune a tutti.
Tu, Dolore, mostrati imparziale con me:
fammi da scudo contro il dimenticare.
Feriscimi il cuore e prendimi tutti i sensi,
saziati di me, io non mi difendo,
dammi ogni male, sicché io sia compianto:
imponi la tua forza quanto puoi.

Tu, spirito, se non ti è impedito,
rompi l’uso comune a tutti i morti:
torna nel mondo e svela che cosa è di te ora:
il tuo sguardo non mi spaventerà
 


Translated by Costanzo Di Girolamo
Ausiàs MARCH, Pagine del Canzoniere, Milano-Trento, Luni, 1998

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IL BISCAGLINO CHE SI TROVA IN GERMANIA...

 
Il biscaglino che si trova in Germania
paralizzato, e che non si sa esprimere,
non potrà avere rimedio al suo male
da nessun medico che non sia di Spagna,
che avrà piú conoscenza dei suoi sintomi
e ne capirà meglio la natura.
A tal punto io sono, e in terra straniera,
che solo da voi posso essere sanato.

Io vidi occhi di tale potenza
da dare dolore e promettere gioia;
su me, immaginando, vidi un potere tale
che nel mio feudo diventai uno schiavo;
io vidi un gesto e sentii la voce
di un corpo fragile: io, che avrei giurato
di incutere terrore a un uomo armato,
senza lottare, a lei mi sono arreso.

Come il bambino, che, per la sua età,
sa andare bene per la via che conosce,
ma se per caso è portato sugli scogli
non sa dove poggiare il piede e teme
di andare avanti, perché non vede impronta;
non vuole né può usare la via solita,
né sa tornare, perché lí fu portato
(lui non avrebbe preso quel cammino).

I miei occhi di ciò hanno fatto il bucato
e i miei sensi si sono mescolati;
io ne soffro, ma non posso resistere,
perché un po’ di piacere si mischia alla mia pena.
Amore mi vuole e Fortuna mi allontana,
resto impotente contro tali contrasti:
senza di lei non troverò rimedio.
Dite voi che vi pare del mio caso!

Se dormo o veglio, la mia fantasia
contempla lei che amo, vede chi è e che vale:
quanto piú trovo, tanto sto piú male,
perché mi fa impazzire il mio pensiero,
sí, e a tal punto che io amo piú il suo sdegno,
il suo poco parlare e il suo stato qual è,
che si mi dessero il regno di Francia.
E che muoia sul colpo se ora sto mentendo.

Il vostro non volere è sprone al mio volere,
i vostri occhi mi hanno rotto l’armatura,
e il mio pensiero, attaccando, mi ha vinto:
sono del vostro senno prigioniero impaurito.
Il vostro gesto reprime ogni mio atto,
ma il mio volere niente può frenarlo:
inverno ardente, estate senza caldo,
queste minacce mi giocheranno un bel tiro!

Bella di grande senno, ogni fatica è lieve
rispetto al mio tormento nel sapervi lontana,
perché accanto a voi niente può darmi noia,
e lontano da voi ogni cosa mi pesa
 


Translated by Costanzo Di Girolamo
Ausiàs MARCH, Pagine del Canzoniere, Milano-Trento, Luni, 1998

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