TRITTICO DEL FUOCO
Galoppo di capelli tra le
mani.
Sarmenti? Serpenti?
Cuccioli. Aromi come porte.
Delirio aperto.
Cogli grappoli dorati da
ceppi occulti.
Cavalli.
E un fumo
sogno che si insinua meraviglia
perfetta:
tu, corpo crudo
desiderato come chi aspetta
il talismano che apre il
chiavistello del foglio
disposto e amico eppure
mistero
come la notte, mistero
noto,
cioè godimento.
Quale ansia o macchia gialla
scoprire un istante
raggiungere le ombre impazienti
come cavaliere che cavalca
nuvolaglie.
Il sole esplode vita dappertutto:
colombi
di colpo in volo come un
mazzo di odorose magnolie.
Ai, amore, che deserto palpitante
che mani,
piacevoli forcelle, nuvole
di pioggia, arano e creano tattile giardino.
Navigare soave come chi
galleggia sulla schiuma, schiena
dolce di un oceano o birra
a fior di labbra.
* *
*
Che magico labirinto di
fiamme!
Come una processione di
ricordi condannati al silenzio
con gridi disperati bruciano
gli alberi: fumo.
Il fuoco, un’orgia feroce
di fantasmi,
mi ruba, stanotte, la calma
e la memoria.
Domani, il verde avrà
gusto di cenere.
Annuncio di lutto, metafora
di niente, le parole.
Un uomo lo pensa, dalla
camera in penombra,
nel vedere il lamento acceso
dell’orizzonte.
Al suo fianco un corpo-piacere
addormenta la nudità.
Non c’è domani possibile;
solo l’istante concreto
della passione.
E quel mare lontano,
compiacente bara di stelle,
da dove ancora levare un
grido costante di gioia.
Aprire tutte le finestre
impossibili.
* *
*
A volte –gioiosamente– ci
finiamo
dinanzi agli occhi credendoci
la finzione:
pagliacci sorridono nello
specchio
mentre pescano stelle di
carta argentata;
dalla forra di oleandri,
la solitudine
infantastichisce di favole
un bambino.
Allora ci lanciamo, correnti
inclinate verso il basso
a cento per gloria,
nella nebbia accesa dove
chiama un lume,
dove tutto è molto
più etereo e ardente
e di un colore grigio miele
al palato.
A capitomboli e gridi cadendo
nel fango
sporco e piangente e solo
e fosco e pieno di vergogna.
E ancora lo incalzate,
cacciatori di sguardo sanguinante,
come cinghiale ferito
questo inesperto cerbiatto
che cerca da bere.
Lasciatemi andare dove vado
io so dove mi conduco e
dove finisce
questo sentieruolo che
costeggia il dirupo:
tempo di cotogne e torroni
nell’oscurità aperta
d’un cinema d’estate.
IL MARINAIO
Solo col sole, a poppa
di una vecchia nave che
mi porta
verso la terra paterna,
tutto bianco di dolore bambino,
scrivo di quello che vedo,
già zuppo di una
gioia salata.
Tremante passeggio di schiuma
e un mare melodioso
dall’ampia schiena lucente.
Uccelli di Valéry
(l’amore, la morte, come
sono lontani)
quieti sul trespolo blu.
Avanti, come sempre, avanti.
Mi dice la voce che mi
vuole
la brace sotto il fango.
Grido d’aria, io, gabbiano
dietro le spoglie
di questa nave antica.
E tu, e voi, corpo bruno
di gioia lontana
sguardo e sanguisuga,
fuggi da me, non ti voglio
più,
vattene nella fossa di
vetro,
fatti parola nella poesia.
Sentieri d’alta nebbia
tra dirupi alati,
delfici, silenti, partecipi.
Rileggo quest’alba:
un’insignificante farfalla
girava nella luce della
lampada finché non si è bruciata le ali.
Delle moto passavano stridenti
nella notturna distanza.
Etiliche voci straniere
gridavano dalla strada.
La luna era uno spicchio
d’arancia sanguigna
splendente nell’oscura
alba lunghissima.
Rileggo questa pausa fosca,
questo andare al minimo,
il massimo di vita possibile
che mi si lascia.
Lo sguardo si rivolta come
un calzino vecchio
e osservo un uomo inutile
che ripete assurdi
sonnambolici gesti quotidiani,
sempre solo,
su e giù, senza
fermarsi da nessuna parte, alla ricerca
del fragile tempo che fugge,
rubando frammenti
di oblio, contro la vuota
vuotezza.
Non volendo cadere nel pozzo,
mi annodo
alle parole che mi salvano
e grido e grido
e grido, affacciato al
buco nero, forte
senza che nessuno mi senta.
Ho detto il buco nero. Sì,
ho detto il buco nero
ma avrei anche potuto dire
il deserto bianco.