Josep Piera
LA IL·LUSTRACIÓ POÈTICA METROPOLITANA & CONTINENTAL
Plurilingual Anthology of Catalan Poetry
Italiano

 
Josep Piera
(Beniopa, 1947)


TRE TEMPI DA UNO IMPOSSIBILE
TRITTICO DEL FUOCO
IL MARINAIO
ALBA D’ESTATE

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TRE TEMPI DA UNO IMPOSSIBILE
 
1

Amore
specchio
ti amo
immagine
freddo
tu sola

tu solo
amore
bugia
ti amo

sicuro
falso
miraggio
amore
abbracciami
prendimi
chiamami.
 

2

Corpo lontano al di là di specchi polverosi
la voce ti dice e ti vede
vicinissimo: si avvicina, tiepido alito.
La mano in un guanto bianco.

Troppi romanzi metafisici.
L’ascia arrugginita
un uovo a occhio di bue nel piatto
i sogni come una cucina fredda
e il sorriso nascosto del tuo ombelico.

Lasciamo perdere.
Non è serata per scrivere versi
fottuti.
Meglio se ti metti in disparte
e orini come un cane.
 

3

Simbolismo onanista dedicato alla luna
giochi affogati nel chiarore insipido di un bicchiere.
Aghi che grondano usata retorica
di sangue con cipolla e secoli frustrati.

È meglio se teniamo impagliate le parole
in attesa del frutto maturo del grido.
 


Translated by Donatella Siviero

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TRITTICO DEL FUOCO



Galoppo di capelli tra le mani.
Sarmenti? Serpenti?
Cuccioli. Aromi come porte. Delirio aperto.

Cogli grappoli dorati da ceppi occulti.
Cavalli.
           E un fumo
sogno che si insinua meraviglia perfetta:
tu, corpo crudo
desiderato come chi aspetta
il talismano che apre il chiavistello del foglio
disposto e amico eppure mistero
come la notte, mistero noto,
cioè godimento.

Quale ansia o macchia gialla scoprire un istante
raggiungere le ombre impazienti
come cavaliere che cavalca nuvolaglie.
Il sole esplode vita dappertutto: colombi
di colpo in volo come un mazzo di odorose magnolie.

Ai, amore, che deserto palpitante che mani,
piacevoli forcelle, nuvole di pioggia, arano e creano tattile giardino.
Navigare soave come chi galleggia sulla schiuma, schiena
dolce di un oceano o birra a fior di labbra.
 

*   *   *


Che magico labirinto di fiamme!

Come una processione di ricordi condannati al silenzio
con gridi disperati bruciano gli alberi: fumo.
Il fuoco, un’orgia feroce di fantasmi,
mi ruba, stanotte, la calma e la memoria.
Domani, il verde avrà gusto di cenere.

Annuncio di lutto, metafora di niente, le parole.
Un uomo lo pensa, dalla camera in penombra,
nel vedere il lamento acceso dell’orizzonte.
Al suo fianco un corpo-piacere addormenta la nudità.

Non c’è domani possibile;
solo l’istante concreto della passione.
E quel mare lontano,
compiacente bara di stelle,
da dove ancora levare un grido costante di gioia.
Aprire tutte le finestre impossibili.
 

*   *   *


A volte –gioiosamente– ci finiamo
dinanzi agli occhi credendoci la finzione:
pagliacci sorridono nello specchio
mentre pescano stelle di carta argentata;
dalla forra di oleandri, la solitudine
infantastichisce di favole un bambino.

Allora ci lanciamo, correnti
inclinate verso il basso a cento per gloria,
nella nebbia accesa dove chiama un lume,
dove tutto è molto più etereo e ardente
e di un colore grigio miele al palato.

A capitomboli e gridi cadendo nel fango
sporco e piangente e solo e fosco e pieno di vergogna.
E ancora lo incalzate, cacciatori di sguardo sanguinante,
come cinghiale ferito
questo inesperto cerbiatto che cerca da bere.

Lasciatemi andare dove vado
io so dove mi conduco e dove finisce
questo sentieruolo che costeggia il dirupo:
tempo di cotogne e torroni
nell’oscurità aperta d’un cinema d’estate.

 

Translated by Donatella Siviero

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IL MARINAIO


Solo col sole, a poppa
di una vecchia nave che mi porta
verso la terra paterna,

tutto bianco di dolore bambino,
scrivo di quello che vedo,
già zuppo di una gioia salata.

Tremante passeggio di schiuma
e un mare melodioso
dall’ampia schiena lucente.

Uccelli di Valéry
(l’amore, la morte, come sono lontani)
quieti sul trespolo blu.

Avanti, come sempre, avanti.
Mi dice la voce che mi vuole
la brace sotto il fango.

Grido d’aria, io, gabbiano
dietro le spoglie
di questa nave antica.

E tu, e voi, corpo bruno
di gioia lontana
sguardo e sanguisuga,

fuggi da me, non ti voglio più,
vattene nella fossa di vetro,
fatti parola nella poesia.

Sentieri d’alta nebbia
tra dirupi alati,
delfici, silenti, partecipi.
 


Translated by Donatella Siviero

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ALBA D’ESTATE


Rileggo quest’alba: un’insignificante farfalla
girava nella luce della lampada finché non si è bruciata le ali.
Delle moto passavano stridenti nella notturna distanza.
Etiliche voci straniere gridavano dalla strada.
La luna era uno spicchio d’arancia sanguigna
splendente nell’oscura alba lunghissima.
Rileggo questa pausa fosca, questo andare al minimo,
il massimo di vita possibile che mi si lascia.

Lo sguardo si rivolta come un calzino vecchio
e osservo un uomo inutile che ripete assurdi
sonnambolici gesti quotidiani, sempre solo,
su e giù, senza fermarsi da nessuna parte, alla ricerca
del fragile tempo che fugge, rubando frammenti
di oblio, contro la vuota vuotezza.

Non volendo cadere nel pozzo, mi annodo
alle parole che mi salvano e grido e grido
e grido, affacciato al buco nero, forte
senza che nessuno mi senta.

Ho detto il buco nero. Sì, ho detto il buco nero
ma avrei anche potuto dire il deserto bianco.
 
 


Translated by Donatella Siviero

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