La finanza pubblica nella Bologna Medievale (secoli XIII-XIV)
Giuliano Milani
Università di Roma "La Sapienza"
Congreso
Fiscalidad y sociedad en el Mediterráneo bajomedieval
(Málaga, 17-20 de mayo de 2006)
RIASSUNTO
1. Premesse e
obiettivi
Nonostante la
grande ampiezza di fonti disponibili non esiste ancora un tentativo di analisi
complessiva del sistema fiscale che aveva Bologna in età comunale. L’impresa
che più gli si avvicina è la breve appendice che Alfred Hessel dedicò alle
finanze comunali nella sua Storia della
città di Bologna uscita nel 1909.
I contributi
successivi, prodotti soprattutto nella seconda metà del Novecento, per quanto
di ottimo livello, presentano un limite. Essi muovono cioè dal desiderio di
ricercare le origini, le manifestazioni più antiche di particolari elementi poi
sopravvissuti nella fiscalità delle epoche successive (in primo luogo l’estimo
e il debito pubblico), ma non tentano di ricostruire la forma complessiva di
quel sistema fiscale.
Diverso è il
caso di alcuni studi diplomatistici che tentano di spiegare le caratteristiche
formali e di contenuto della più antica documentazione conservata relativa al
sistema finanziario comunale si prestano bene a costituire il punto di partenza
per accedere alla conoscenza di quel sistema. In uno di questi lavori
Gianfranco Orlandelli divide la storia della finanza pubblica bolognese in tre
epoche, scandite da altrettante magistrature preposte alla “revisione del
bilancio”: l’età dei procuratori del comune (1195-1288); l’età del Giudice al
Sindacato (1288-1310); l’età dei Difensori dell’Avere (1310- XV secolo). Per
quanto sia in qualche misura improprio parlare di “revisione del bilancio”
poiché questa espressione riamanda a un’idea di pianificazione che non esisteva
ancora, questa periodizzazione presenta il vantaggio connettere i modi
dell’amministrazione finanziaria alle grandi trasformazioni politiche: regime
del podestà forestiero; egemonia delle società del “popolo”; irrigidimento
politico destinato ad aprire la via alle signorie trecentesche.
La stessa
periodizzazione mette in luce un altro elemento. La prima e la terza fase
presentano una durata piuttosto lunga (un secolo o più) e appaiono separate da
un momento intermedio che coincide con il centro esatto del periodo in cui,
come risulta da una tradizione di studi lunga e consolidata, in buona parte
dell’Europa si invertì il ciclo dello sviluppo economico e una lunga fase di
crescita si interruppe.
Si tratta di
elementi che suggeriscono quanto lo studio della finanza pubblica bolognese
possa essere utile per riflettere in maniera più ampia sulla storia delle
politiche economiche bassomedievali, sulle scelte che in un momento cruciale
per la storia economica le autorità pubbliche si trovarono a compiere.
È quanto
cercheremo di fare, concentrandoci sul momento di passaggio, quello che va
dalla metà del secolo XIII, quando per la prima volta si manifestarono i
problemi economici dovuti all’inversione di tendenza fino al principio del
Trecento quando entrarono in crisi anche le prime soluzioni che erano state
allestite. Per questa fase il caso bolognese si rivela particolarmente utile
perché conserva documentazione che altrove, in genere, è andata perduta.
2. Le fonti
Cercando di
classificare le fonti disponibili utili per questo obiettivo è possibile
isolare quattro grandi gruppi: a) i documenti relativi al patrimonio comunale,
b) quelli relativi all’uso del patrimonio comunale, in primo luogo contratti
tra comune e privati, c) quelli relativi all’estimo delle ricchezze dei
cittadini e degli abitanti del contado, e d) i registri di entrate e uscite.
a) Le fonti
relative al patrimonio comunale, che comprendono in primo luogo gli elenchi di
beni detenuti dal comune (mulini, banchi collocati sulla piazza), costituiscono
senz’altro il punto di partenza. La presenza di questo tipo di elenchi è un
dato che appare in tutta l’Italia comunale tra fine XII e primo Duecento e per
questo è normalmente considerata una documentazione per certi versi
“primitiva”. È interessante notare che in realtà la tendenza al censimento dei
beni comunali e alla loro elencazione in libri resta costante per tutto il
secolo. Questi inventari di beni continuano a essere prodotti, in occasione di
tutte le piccole e grandi operazioni di acquisizione di nuovi beni che il
comune si trova a compiere, adattandosi a esigenze sempre nuove. Così nel 1256,
quando il comune procede alla liberazione dei servi mediante il loro acquisto
ai proprietari, li elenca nel famoso Liber
Paradisus, così, tra 1274 e1277, quando il comune bandisce la fazione
ghibellina dei lambertazzi, si elencano i loro beni in registri sistematici
distinti per quartiere e proprietario.
La scrittura di
tutti questi elenchi non ha mai un mero valore descrittivo: è per fissare i
diritti del comune, per proteggere quella che le fonti chiamano publica utilitas, ed evitare le
malversazioni dei privati che occorre fare un censimento. E questa esigenza di
controllo, che si manifesta per la prima volta al principio della fase
podestarile, non viene meno nei decenni successivi, ma si adatta alle nuove
esigenze.
b) Il secondo
ambito documentario è quello che include la registrazione di tutto ciò che il
comune fa con il suo patrimonio: e cioè i libri
contractum, che registrano i contratti di appalto delle proprietà
pubbliche. Anche qui non si tratta di una specificità bolognese: in tutta
l’Italia comunale, in genere per periodi successivi, troviamo affitti e vendite
di terre comunali, di beni posti in città, così come memorie relative
all’affidamento di incarichi relativi alla pubblica utilità come la nettezza
urbana, e infine anche contratti per l’appalto di gabelle dazi e altre imposte
indirette. Anche in questo caso a volte la routine è rotta da operazioni
particolarmente importanti: i libri per l’introduzione dell’arte della lana a
Bologna, quelli per l’affitto delle Gualchiere. Ma questi registri speciali non
inficiano la natura seriale dei documenti: in altre parole una grande
operazione fa fare libri contractum
più grandi, ma non libri contractum separati. A questo medesimo
ambito ricondurrei anche il gruppo dei memoriali dei debiti che i privati hanno
con il comune, che nascono come appendici dei libri di contratti.
In questo
settore il controllo si sviluppa rapidamente in maniera più complessa: trattandosi
di libri aperti (e non come quelli relativi al patrimonio, tendenzialmente
chiusi) le possibilità di malversazioni si moltiplicano. Inoltre essi
registrano i contratti e sono cioè fonti del diritto. Per questo si manifesta
presto la pratica di istituire complesse strategie di controllo (doppia
redazione, ordine di redazione controllato tra un ufficio e un altro etc.).
c) Infine,
nettamente separato da questi ambiti è quello dei documenti relativi
all’estimo. Qui l’esigenza che comincia ad apparire intorno al 1230 è veramente
nuova rispetto alle forme di tassazione diretta del periodo precedente. Fodro,
focatico, Boatteria erano fondati su un computo degli abitanti, l’estimo si
basa sulla stima delle loro ricchezze. Anche in questo caso, e con un certo ritardo,
stavolta, Bologna condivide questo tipo di registri con le altre città
comunali.
Qui sono
presenti tre tipologie: estimi (cioè liste di nomi con la quota della stima
della ricchezza) libri di contribuenti (cioè liste di nomi con la quota che devono
pagare), registri di malpaghi (cioè liste di persone che pur essendo state
estimate non hanno pagato l’imposta. I documenti più antichi sono alcuni
registri di estimo del contado del 1235, di cui un paio, quelli più importanti
e completi sono stati pubblicati dalla Bocchi). Come altrove non ci sono
rimasti documenti relativi all’estimo in città È noto che si procedeva a
distruggerli sistematicamente come prevedeva la dialettica tra chi veniva
stimato (e tassato) e chi stimava e tassava. In questa dialettica i cittadini
avevano più potere degli abitanti del contado. I nobili del contado adottavano
strategie differenti come denunciare beni per importi bassissimi oppure,
semplicemente non pagare.
d) La quarta
tipologia è costituita da alcuni frammenti di registri di entrate e uscite.
Complessivamente testimoniano un bimestre del 1250; un semestre del 1251; un
bimestre del 1253 e un semestre del 1271 che contiene anche la somma del
semestre precedente. Per quanto legati a una dimensione patrimoniale della finanza
pubblica per certi versi superata già a metà Duecento, questi frammenti
permettono di farsi un’idea sintetica della spesa comunale e costituiscono
pertanto il punto di partenza per comprendere il sistema della finanza
comunale.
3. La spesa
comunale nel Duecento
Questi
documenti, affiancati ad altri testi che consentono di sapere quanto il comune
spese in un dato semestre, mostrano nel corso del Duecento due tendenze. In
primo luogo si delinea una crescita della spesa comunale costante, con ogni probabilità
dovuta all’aumento demografico e allo sviluppo istituzionale. In secondo luogo
questo sviluppo costante è inframmezzato periodicamente (circa ogni venti anni)
da alcuni momenti di innalzamento improvviso della spesa, che sembrano
collegati a guerre e carestie. Spinge in questa direzione la lettura delle
fonti cronachistiche che mette in evidenza negli stessi momenti di rialzo della
spesa l’impegno militare del comune (1250, 1270, 1290) e, spesso, la coeva
presenza di serie ravvicinate di crisi cerealicole.
La compresenza
di guerre e carestie non è ovviamente tipica di Bologna, ma costituisce una
tendenza europea recentemente spiegata in maniera convincente dagli storici
dell’economia che hanno messo in luce come a partire da questo periodo fosse normale
che una contingenza nuova come un episodio bellico provocasse immediatamente
l’innalzarsi dei prezzi del grano e, per effetto dell’attesa di ulteriori
rialzi da parte dei proprietari, la conseguente scarsità dei cereali (come
scrive Luciano Palermo).
In situazioni
come queste il comune provvedeva immediatamente a misure tese a fronteggiare la
carestia: in tal modo alle spese militari si aggiungevano quelle annonarie e la
spesa lievitava, producendo e ampliando i disavanzi.
4. Il
finanziamento della spesa
Come si
finanziava questa spesa? È questa l’unica domanda che per questa fase iniziale
sembra possibile porre alle fonti, dal momento che nel Duecento bolognese non
si trova traccia di misure più strutturali, che si avranno altrove e nel secolo
successivo, volte a intervenire sulla distribuzione delle derrate alimentari o
addirittura sulla struttura produttiva.
Tecnicamente la spesa veniva finanziata da prestanze generali a fondo perduto (le collecte, basate sull’estimo), e da prestanze particolari a interesse. Collette e prestiti sono dunque i due modi che il comune di Bologna aveva a disposizione per affrontare spese eccezionali che tendevano a diventare sempre più ordinarie. Esisteva, almeno in teoria un alternativa: il prestito forzoso a interesse che, come ha sostenuto Maria Ginatempo, svolse un ruolo molto importante nel senso dello sviluppo economico costituendo la premessa fondamentale per lo sviluppo del debito pubblico. Ma questa alternativa fu vietata già nel 1250, l’epoca alla quale risalgono i più antichi bilanci conservati, perché, si diceva, non era opportuno che il podestà costringesse i cittadini a praticare l’usura, anche nei confronti del comune.
In
assenza di questo strumento il comune di Bologna si trovò ad alternare
prestanze generali da parte di cittadini e comitatini fondate sulla stima delle
ricchezze con prestiti a interesse da parte di ricchi privati. Si trattava di
due politiche economiche che rimandavano a due progetti politici in conflitto
tra di loro, quello del “popolo”, volto a ripartire in senso proporzionale gli
oneri, e quello di un gruppo ristretto di ricchi prestatori interessati a
profittare delle difficoltà della finanza pubblica per poter aumentare le
proprie entrate.
Per
questo conflitto e per altre ragioni strutturali e congiunturali il comune non
riuscì a perseguire in maniera efficace nessuna di queste due alternative e
all’inizio del Trecento si trovò in una situazione critica che alimentò
l’ampliamento del divario sociale e creò nuove differenze. Da un lato il comune
appariva gravato nei confronti dei privati con debiti crescenti che tentò di
risarcire mediante lo sfruttamento di risorse sempre nuove, ma che
complessivamente contribuirono all’ascesa sociale di un piccolo gruppo sociale
in grado di orientare alcune scelte di politica estera. Dall’altro il comune
era privo di strumenti efficaci per riscuotere le prestanze generali, con
l’effetto che, per mancato pagamento delle collette, fu criminalizzata e
privata di alcuni diritti una parte cospicua della cittadinanza.
Riferimenti
bibliografici
·
Bocchi F., Le imposte dirette a Bologna nei secoli XII e XIII, in “Nuova
Rivista Storica” 57 (1973), pp. 273-312.
·
Ginatempo M., Prima del debito. Finanziamento della spesa pubblica e gestione del
deficit nelle grandi città toscane (1200-1350 ca.), Firenze 2000.
·
Hessel A., Storia della città di Bologna dal 1116 al 1280, ed. italiana a c.
di G. Fasoli, Bologna 1975 (ed. or. Berlin 1910)
·
Orlandelli G., La revisione del bilancio nel comune di Bologna dal XII al XV secolo,
in AMR, n. ser., 2 (1951), pp. 157-218.
·
Palermo L., Sviluppo economico e società preindustriali. Cicli, strutture e
congiunture in Europa dal medioevo alla prima età moderna, Roma 1997
·
Tamba G., “Libri”, “Libri contractuum”, “Memorialia” nella prima documentazione
finanziaria del comune di Bologna, in “Studi di Storia medievale e di
Diplomatica” 11 (1990), pp. 79-110.